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«Prima ci arrestavano, ora ci uccidono»

In Immigrazione e questione Nord Africa e del Medio Oriente on dicembre 12, 2011 at 9:06 pm


Parla il blogger siriano Rami Nakhle, ricercato dal regime di Damasco è dovuto fuggire all’estero

«la gente non ne può più di questo governo e non ha intenzione di fermare le proteste»

«Prima ci arrestavano, ora ci uccidono»

Parla il blogger siriano Rami Nakhle, ricercato dal regime di Damasco è dovuto fuggire all’estero

«They want to kill me, but I will not stop my work». Vogliono ucciderlo, ma lui non ha intenzione di fermarsi. Il messaggio arriva forte e chiaro via skype, mentre sul suo computer si sente piovere una tempesta di messaggi. Arrivano dai giornalisti di tutto il mondo: Cnn, Bbc, Ap, Al Jazeera. Il suo vero nome è Rami Nakhle, ma è meglio conosciuto con lo pseudonimo Malath Aumran. Chiuso in una stanza di Beirut, dove si trova in esilio, tiene le redini della guerra telematica contro il regime siriano di Bashar Al-Assad. Vive di facebook, twitter, flickr. Rilascia interviste, organizza le rivolte, conta i morti, carica in rete «almeno 100 video al giorno», ognuno dei quali testimonia «le violenze di piazza commesse dall’esercito siriano». Sa di rischiare grosso: «Non soltanto il carcere, perfino la vita». L’anno scorso è miracolosamente scampato all’arresto, oltrepassando il confine libanese con la polizia siriana alle calcagna. I servizi segreti siriani gli stanno dando la caccia anche a Beirut, «ma sono ben nascosto», assicura lui. Vive da recluso, «non metto mai piede fuori di casa», passando le giornate attaccato al computer, alimentando l’onda della rivoluzione on line. Ventotto anni e una laurea in scienze politiche, ha iniziato a percorrere le vie del web cinque anni fa, fondando la rivista on line Siria News. Poco dopo ha lanciato la campagna contro la rete di telefonia cellulare Syriatel, accusata di corruzione e di proprietà di Makhlouf, cugino del leader Assad. Oggi è uno dei cyber-attivisti siriani più ricercati dai servizi segreti. Nei giorni scorsi, un messaggio via Facebook lo ha avvertito che sua sorella sarebbe stata arrestata qualora non avesse interrotto la sua propaganda antigovernativa.

Rami Nakhle, le minacce sul web l’hanno messa di fronte ad una scelta. Cosa pensa di fare?

«Vado avanti. Sono molto preoccupato, la mia vita e quella dei miei familiari è in pericolo, ma voglio continuare questa battaglia. Quando hanno minacciato di arrestare mia sorella, ho passato il giorno più brutto della mia vita, ma non posso fermare il mio lavoro proprio adesso, è una battaglia che ci riguarda tutti da vicino e che dobbiamo vincere».

I suoi familiari la pensano allo stesso modo?

«I miei genitori mi chiamano ogni giorno. Hanno paura, sono molto spaventati da quello che sta accadendo e mi suggeriscono di non andare oltre».

Ma lei continua.

«Sì, perché stiamo per vincere una guerra epocale e il regime sta per cadere».

Adesso lei si trova a Beirut. Si sente sicuro?

«Assolutamente no. I servizi segreti siriani mi stanno cercando anche qui. Conoscono la mia faccia e potrebbe essere pericoloso persino stare per strada. Non esco mai, né il giorno né la notte. Vivo insieme a un gruppo di amici e un giornalista americano. Pensano loro a comprare tutto quello che mi serve».

Ha mai pensato di scappare anche dal Libano?

«Non voglio scappare ancora, presto tornerò nel mio Paese, finalmente libero».

Sembra ottimista: quale scenario prospetta per la Siria?

«Seppur preoccupato per la nostra incolumità, rimango fiducioso per il futuro della Siria. Conosco il mio popolo, la gente è esausta di questo governo, è arrabbiatissima e non ha intenzione di fermare le proteste. Tutti i siriani vogliono il cambiamento».

Come si svolgono le sue giornate?

«Dormo tre ore a notte, sono connesso a internet tutto il giorno. Mi contattano tantissimi giornalisti da ogni parte il mondo. Rilascio interviste, aggiorno le mie pagine di facebook e twitter per denunciare le violenze quotidiane sulle strade delle nostre città, sono in contatto perenne con altri attivisti in Siria, ci scambiamo informazioni e organizziamo le rivolte. E’ l’unico modo per denunciare quello che succede. I giornalisti rimasti in Siria sono pochissimi, e quei pochi sono controllati dal Governo. I giornalisti siamo diventati noi».

Il Governo siriano ha annunciato cambiamenti e aperture politiche. Qualcosa è cambiato?

 

«No, anzi. Le cose sono notevolmente peggiorate: prima i manifestanti venivano arrestati, adesso vengono uccisi per strada». Alcuni bilanci parlano di circa 300 morti civili. Ce ne sono molti di più: almeno 400, forse 500».

Jacopo Storni

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