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SURFIN’ KEBAB

In Immigrazione e questione Nord Africa e del Medio Oriente, Mondo on dicembre 12, 2011 at 10:21 pm


di Pietro Ferrari

Nel surf ci sono tre elementi fondamentali: la tavola, l’onda e il surfista. L’onda, naturale o provocata che sia, è ciò che travolge e sommerge, la tavola è lo strumento per cavalcarla, il surfista è colui che sfrutta la forza dell’onda o quanto meno la segue restando a galla. Gli eventi (le onde) che si scagliano contro determinate figure, quando non provocati, vanno almeno gestiti con strumenti (la tavola) che distraggono l’opinione pubblica, mettendo al sicuro il vero potere (surfista). La struttura muta fino a stravolgersi lasciando intatta la sostanza. Non è alchimìa ma politica di altissimo livello. In Egitto, i limiti di quello che appare uno spontaneismo movimentista si rivelano nella fase del post-mubarakismo. Dopo trenta anni al potere a seguito dell’assassinio di Sadat, Hosny Mubarak aveva svolto un ruolo di equilibrio tra Paesi Arabi e Israele.

Sviluppo economico, turismo e contenimento del nasserismo antisionista laico come del fondamentalismo della fratellanza musulmana sono stati tratti rilevanti dell’Egitto. Caduto il Faraone però, il potere è sempre in mano all’esercito (che conserva una certa ammirazione nei confronti di Rommel…) con l’esclusione dalla giunta militare dei protagonisti delle manifestazioni (giudicati eroici e idealisti ma per adesso “arrivederci e grazie”). L’apparato statale rimane identico e viene occupato solo da complici di nuovo conio che hanno subito liquidato e smobilitato il movimento spontaneo ponendosi come tramiti tra l’esercito e Washington. Non ci vedo altro che una strategìa gattopardesca di una transizione pilotata affinchè la sostanza non cambi: l’Egitto come pedina di americani e israeliani. Del resto l’attività del C.F.R. (il club che definisce e attua le politiche del governo americano all’estero, di cui sono stati membri quasi tutti i Presidenti americani prima della loro elezione) è parecchio intensa e già nel 2005 pubblicò una relazione sulla strategìa americana a sostegno della democrazia araba: discrezione del “caso per caso” a seconda della situazione specifica dei vari Paesi per una graduale trasformazione democratica. La “Alliance of Youth Movements”, nel 2008 tenne un summit a New York a cui parteciparono membri del “Council of Foreign Relations”(che ha Jared Cohen nel team di fondatori di Movimenti.org assieme a Jason Liebman di Howcast Media, Kodak e Proctor & Gamble, già impegnato dal Dipartimento per la Difesa per creare “campagne mediatiche mirate”), della “National Security” e collaboratori di Google, Facebook, MTV, CNN e ABC, CBS oltre al “Gruppo 6 aprile” legato a El Baradei (membro del “Gruppo Internazionale di Crisi” negli USA assieme a Zbigniew Brzezinski ) che già preparava manifestazioni per rovesciare Mubarak in Egitto.
Appare assai ingenuo credere che “Movimenti.org” sia qualcosa di spontaneo se gode dell’appoggio del Dipartimento di Stato, della Columbia Law School con sponsors tipo Pepsi, You Tube, Meetup, National Geographic. Non è certo la prima volta che il mondo giovanile liberal-progressista diventi manovalanza più o meno consapevole delle strategìe delle Corporations a stelle e strisce. La tentacolare manipolazione diretta a destabilizzare la sovranità delle nazioni estere ha bisogno di mutare continuamente strategìa: nel 2007 la Freedom House ha sostenuto un programma di formazione per attivisti della società civile, giornalisti e avvocati che sostengono le riforme democratiche in Medioriente e Nord Africa e nel marzo 2010 ha ospitato 11 bloggers di quelle zone per un tour di studi avanzati a Washington. La Open Society Foundation ha finanziato un progetto nel 2010 per la democratizzazione dell’Africa.

Il Gotha mondialista ha previsto scenari di trasformazione epocale e punta a cavalcare l’onda del risentimento. Zbigniew Brzezinski, (Ex Consigliere di Jimmy Carter, Co-Fondatore della Trilateral Commission e membro dello International Crisis Group), nel suo articolo sul NYT ‘The Global Political Awakening’: “Per la prima volta nella storia umana quasi tutta l’umanità è politicamente attiva, consapevole ed interagente…       I giovani del Terzo Mondo sono particolarmente inquieti e risentiti. La rivoluzione demografica che essi rappresentano è quindi una bomba politica ad orologeria, … in altri tempi, era più facile controllare un milione di persone che uccidere fisicamente un milione di persone, oggi, è infinitamente più facile uccidere un milione di persone che controllare un milione di persone”. Ecco come Andrew Gavin Marshall interpreta il pensiero brzezinskiano: “Dobbiamo tenere a mente che i social media sono diventati non solo una fonte importante di mobilitazione di attivismo e di informazione a livello di base, ma anche  un mezzo efficace dei governi e delle diverse strutture di potere per cercare di manipolare il flusso di informazioni. Questo è stato evidente nelle proteste del 2009 in Iran, dove i social media sono diventati un importante veicolo attraverso il quale le nazioni occidentali erano in grado di avanzare la loro strategia di sostegno alla cosiddetta ‘rivoluzione verde’ allo scopo di destabilizzare il governo iraniano. Così, i social media rappresentano una nuova forma di potere…utilizzato sia per far avanzare il processo di ‘risveglio’ e sia per controllare la sua direzione….Questo “risveglio” è in gran parte determinato dalla rivoluzione avvenuta nell’informazione, la tecnologia e la comunicazione, compreso radio, televisione, ma soprattutto internet e social media. Brzezinski aveva accuratamente identificato questo “risveglio” (da gestire e pacificare) come la più grande minaccia per gli interessi non solo delle elite regionali ma anche di quelle a livello internazionale, con l’America alla sommità della gerarchia mondiale…… Questo avvenimento previsto, stimolava lo sviluppo di una strategia americana nel mondo arabo, sul modello di analoghe strategie perseguite negli ultimi decenni in altre parti del mondo, per la promozione della “democratizzazione”, attraverso lo sviluppo di stretti contatti con le organizzazioni della “società civile”, i leader dell’opposizione, i media e le organizzazioni studentesche. L’obiettivo non è quello di promuovere una organica democrazia araba “del popolo e per il popolo”, ma piuttosto di promuovere una “democratizzazione” evolutiva in cui vengono rimossi i vecchi despoti del supporto strategico americano a favore di un sistema neoliberista democratico, in cui sono presenti le istituzioni visibili esteriormente della democrazia (elezioni multipartitiche, mezzi di comunicazione privati, i parlamenti, le costituzioni, società civile attiva, ecc) e, tuttavia, i detentori di potere all’interno di quel sistema di politica interna rimangono sottomessi agli interessi economici e strategici degli Stati Uniti, continuando a seguire i dettami del FMI e della Banca Mondiale, sostenendo l’egemonia militare americana nella regione, e “aprendo” le economie arabe alla “integrazione” con l’economia mondiale.”


In buona sostanza, se i dittatori hanno avuto la loro utilità nella strategia geopolitica, spesso possono diventare (e sono diventati) troppo indipendenti dal potere imperiale nel cercare di determinare il corso del loro paese (vedi Saddam) separato dagli interessi degli Stati Uniti e successivamente sono molto più impegnativi da rimuovere dal potere. Con un sistema “democratizzato”, cambiare i partiti di governo e i capi diventa molto più facile, basta semplicemente invocare nuove elezioni e sostenere i partiti di opposizione. Abbattere un dittatore è sempre una situazione più precaria del “cambio della guardia” in un sistema democratico liberale. Elemento da non sottovalutare è però l’attrazione del modello turco di democrazia, capace di rappresentare una sorta di “via islamica” alla democrazia stessa non più diretto a creare uno Stato Islamico o a rincorrere Califfati: negli ultimi anni, la Turchìa si sta riposizionando più come potenza regionale che come strumento americano e sionista. I giovani musulmani sono stretti tra la fascinazione di un Occidente che promette beni di consumo e la disillusione nei confronti delle politiche laiche che hanno mostrato i loro limiti, tra un rancore nei confronti dell’Occidente unito alla stanchezza verso i propri regimi corrotti. Serviva una miccia per innescare l’esplosivo e il sincronismo (stile 1848 in Europa) delle rivolte nei Paesi Arabi è un’ulteriore elemento per capire che di “spontaneo” vi sia stato in realtà ben poco. Gli esiti però sono del tutto imprevedibili perché la Mano invisibile che fa le pentole, generalmente dimentica i coperchi. Fuor di metafora, ogni fermento può tradursi in un nulla di fatto se non è seguito dalla concreta realizzazione di un percorso coerente, catalizzato su figure autorevoli, capaci di dare uno sbocco e una sintesi politica all’azione sovversiva. Non da ultimo, se ci fossero alla fine guide carismatiche di tal fatta, occorrerebbe anche mediare tra alleati militari e costoro per evitare rese dei conti imprevedibili. La storia è un cavallo pazzo, che spesso illude gli uomini di farsi condurre da essi a loro piacimento per poi disarcionarli. Che bello che sia così.
 
NORMALIZZARE L’ISLAM?                                                                                                                                           

Come nel 1989 per il Comunismo, anche oggi nel mondo islamico sta cadendo un Muro? Se la Monarchìa Saudita è filo-americana, non è fuori luogo pensare che la Massoneria mondialista controlli le stesse élites islamiche che bisogna intimidire, minacciandole di essere sostituite con altre più docili. Probabilmente vi è una spinta diretta a liquidare l’Islam come baluardo all’istaurazione del Nuovo Ordine mondiale, attraverso mezzi di pressione psicologica collaudati che hanno capacità attrattiva per i giovani: droga, benessere, libertà sessuale, musica e tecnologìa. L’utopìa neo-con diretta all’esportazione violenta dello ‘american way’, ha avuto come necessità e giustificazione quella dell’antitesi fondamentalista di Al-Qaeda: l’esportazione violenta della democrazia ha fatto perdere agli USA quella ‘superiorità morale’ dei Liberatori di professione. Oggi è in atto una riconquista della legittimità degli USA attraverso l’opzione multilateralista ed inclusiva della “governance globale”. Disinnescare l’Islam per condurlo ad una transizione ordinata che eviti salti nel buio o avventure populiste, questa è la speranza del già clintoniano “sotf-power” rispolverato da Barack Obama. L’essere protagonisti ma con discrezione.

Il globalismo capitalista di marca calvinista, come già accaduto contro la Hispanidad cattolica del passato, intende oggi liquidare eventuali modelli di una diversa globalizzazione? Un indizio c’è. La speculazione perpetrata dalla finanza internazionale sui beni alimentari nei Paesi Arabi ha contribuito a favorire “dal basso” una spinta a “rimescolare le carte” (anche l’Iran spera, ancora  invano, di inserirsi favorendo scelte anti-sunnite o laiche tra i rivoltosi) per dare una spallata ai vecchi personaggi al potere e per distrarre l’opinione pubblica da altre meno nobili intenzioni, come quella di stroncare l’avanzata della finanza islamica che si fonda su principii meno predatori e usurari, con condivisione del rischio e dei profitti e con promessa solo di ciò che si possiede.
Amr al-Faisal, membro della holding Dar al-Mal al-Islami, sostiene che nella finanza islamica non si può ricavare denaro dal nulla: i soldi vanno investiti nelle attività produttive. Il genero del deposto Ben Alì, Sakher El Materi aveva inaugurato nel maggio 2010 in Tunisìa la banca islamica Zitouna Bank che rendeva la Tunisìa, già da tempo Paese africano più competitivo, anche polo finanziario regionale di tutto il nord Africa. Nel gennaio 2011 però, la Zitouna Bank è stata confiscata dalla Banca Centrale della Tunisìa (in mano ai Rothschild). La banca di investimento islamica GFH e il governo tunisino stavano potenziando il Porto finanziario di Tunisi, inaugurato ad ottobre e diversi Paesi africani erano entusiasti dei futuri “sukuk” (emissione di obbligazioni islamiche), destinato a globalizzare la dimensione regionale delle banche islamiche. Nel sistema bancario islamico graviterebbero potenzialmente centinaia di miliardi di dollari di fondi del Medioriente, oltre ad essere attrattivo per i mussulmani europei. Se uomini dei Rotschild come George Soros e Zbigniew Brzezinski benedicono e finanziano la deposizione dei despoti per far guadagnare libertà di espressione ai cittadini, lo fanno per creare vuoti di potere da riempire con figure che fanno i loro interessi economici. I giovani egiziani che indossano magliette di Otpor (creata da Soros tramite il National Endowment for Democracy in Serbia ed usata anche in Ucraina e Georgia), dimostrano il legame tra Soros e i manifestanti. Il NED ha finanziato progetti per centinaia di migliaia di dollari destinati a svariati gruppi (visibili sul sito del NED) per rovesciare i dittatori come Ben Ali o Mubarak sostenuti da decenni ma ora “superati”, per frenare l’avanzata del sistema bancario islamico.

Fonti:
globalresearch.ca
comedonchisciotte

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