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IN ITALIA ESISTE IL DIRITTO DI UCCIDERE

In Aborto on dicembre 22, 2011 at 6:41 pm

di Giacomo Rocchi

Fonte: Comitato Verità e Vita

Qualche riflessione sulla sentenza della Cassazione che, confermando una sentenza della Corte d’Appello di Perugia, ha condannato l’Università La Sapienza di Roma al risarcimento dei danni morali subiti dai genitori di un bambino down che avrebbe potuto essere abortito e non lo fu.

bimbo

Durante la gravidanza era stato eseguito l’esame della funicolocentesi che aveva dato esito negativo; l’Università è stata dichiarata responsabile perché la gestante non era stata informata della inaffidabilità dell’esame “e quindi sulla necessità di ripeterlo entro la 24a settimana“. Non avendo ripetuto l’esame (e non avendo, quindi, conosciuto l’esistenza della sindrome nel suo bambino) la madre non aveva potuto esercitare “il diritto di poter decidere liberamente, anche attraverso un’adeguata informazione sanitaria, la scelta dell’aborto terapeutico o di rischiare una nascita a rischio genetico”. In un ulteriore passaggio l’inadempimento dell’Università è stato ritenuto “suscettibile di ledere i diritti inviolabili della persona e quindi anche della gestante e del padre“.

Come quantificare il danno? La Corte d’Appello di Perugia aveva liquidato l’importo di euro 80.000; somma troppo bassa, secondo la Cassazione, considerata la gravità del sacrificio personale e la permanenza dell’assistenza di una persona che abbisogna di continue cure, sorveglianza ed affetto”. Abortire il bambino sarebbe costato meno …

morte

Giudici impazziti? Anche se Avvenire titola “Risarcimento per mancato aborto: la Cassazione sbanda“, in realtà non si tratta affatto della prima sentenza di questo tipoAlberto Gambino, intervistato da Avvenire, sostiene che “l’aborto non è un diritto, ma un bilanciamento di interessi contrapposti” e aggiunge che “bisogna essere un po’ cauti nell’accogliere questi percorsi giurisprudenziali, perché sembrerebbe che in Italia esiste un diritto ad abortire sostanzialmente illimitato. Invece la nostra legislazione prevede una possibilità di sacrificare la vita del nascituro davanti ad una lesione psicofisica. E questa è la condizione che si deve verificare”.

I Giudici applicano la legge: e la legge sull’aborto è la legge 194(alcuni ritengono che non si dovrebbe tentarne la cancellazione). Per riconoscere il risarcimento del danno, occorre che ad essere violato sia un diritto soggettivo. E che quello della donna ad uccidere il proprio figlio sia un diritto (anche dopo il terzo mese di gravidanza) la Cassazione civile (i giudici civili sono, appunto, i giudici dei diritti) lo ha affermato fin dal 2002.

Ma, si dice, almeno dopo il terzo mese, per abortire dovrebbe esistere una lesione psicofisica della donna. No, ribattono i giudici civili: la legge 194 prevede solo che le anomalie del nascituro possano provocare “un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”; quindi per ottenere il risarcimento non occorre accertare se davvero, dopo il parto, la madre abbia subito un danno; è sufficiente verificare “se la dovuta informazione sulle condizioni del feto avrebbe potuto determinare durante la gravidanza l’insorgere di un tale processo patologico“.

Insomma: nessun danno reale e neanche nessun pericolo reale.

Le novità di questa sentenza sono altre: la prima è che viene riconosciuto il diritto al risarcimento anche al padre (pensate un po’: l’uomo non può intervenire per impedire l’uccisione di suo figlio, ma può chiedere soldi come risarcimento se la madre non ha potuto esercitare il suo diritto di ucciderlo …); e, inoltre, i Giudici civili superano di slancio l’unico limite della legge 194.

Sì, perché, come è noto, l’aborto non sarebbe permesso se il bambino, strappato dal corpo della madre, ha qualche possibilità di vita autonoma: quindi, attualmente, a circa 22 settimane di gravidanza. Che senso aveva, allora, fare una seconda funicolocentesi alla 24a settimana, se l’aborto “terapeutico” (sic!) era vietato? Ma, si risponde, è una questione di onere della prova: era l’Università a dover provare che il bambino – se fosse stato abortito alla 24a settimana – avrebbe potuto sopravvivere (chissà come questa prova poteva essere fornita): quindi la coppia di genitori ha diritto ad essere risarcita per la nascita del loro figlio e per il grave sacrificio personale, non avendo potuto compiere l’unico sacrificio possibile, quello del bambino.

Comprendiamo così come una legge ingiusta, oltre a permettere l’uccisione di milioni di innocenti, educa i cittadini.

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L’aborto procurato o IVG (interruzione volontaria della gravidanza): tecnica ed etica

In Aborto on dicembre 18, 2011 at 7:59 pm


di Diletta Rossi

1. Definizione

La medicina definisce “aborto” ogni interruzione di gravidanza che avvenga entro i primi 6 mesi: tempo in cui il nascituro non è ancora capace di vita extrauterina.

L’aborto procurato o IVG – interruzione volontaria della gravidanza – è una pratica che interrompe la gravidanza direttamente e intenzionalmente attraverso la soppressione della vita del nascituro.

 

2. Tecniche

Attualmente, nei paesi in cui non è perseguibile penalmente, l’aborto procurato viene eseguito attraverso le tecniche dell’isterosuzione – frammentazione e aspirazione del prodotto del concepimento attraverso il canale cervicale della madre mediante cannule aspiranti – e del raschiamento – svuotamento della cavità uterina con pinza ad anelli – in un intervento medico ambulatoriale. L’aborto può anche essere indotto da farmaci contragestativi in grado di provocare il distacco, la morte e l’eliminazione dell’embrione già annidatosi. L’aborto viene eseguito da personale medico su richiesta della donna incinta nei tempi e nei modi previsti dalle leggi vigenti in ogni Stato. L’aborto chimico o farmacologico può, in determinate situazioni, non prevedere un intervento medico: è il caso di contragestativi quali l’RU486 (o mifepristone), detta anche “pillola del mese dopo”, che, assunta in caso di ritardo mestruale, si lega ai recettori del progesterone, ormone essenziale per la gravidanza, interrompendone l’azione e provocando lo sfaldamento dell’endometrio uterino e il distacco e la morte dell’embrione.

Sono abortivi anche i farmaci o i dispositivi che hanno un effettointercettivo o antinidatorio, che cioè alterano la fisiologia del trasporto dell’embrione già formato nella tuba di Falloppio, e ne provocano la morte impedendone l’impianto in utero. Appartengono a questa categoria i cosiddetti “contraccettivi d’emergenza” e gran parte della contraccezione ormonale – il cui effetto è solo in parte contraccettivo, cioè teso a evitare l’incontro dell’ovocita maturo con uno spermatozoo. Sono intercettivi i dispositivi intrauterini (IUD o spirale), la “pillola del giorno dopo”, gli analoghi del GnRH, i progestinici, la pillola estroprogestinica e la minipillola; sono sia inercettivi sia contragestativi il vaccino anti-gonadotropina corionica (vaccino anti-hCG) e il vaccino anti-trofoblasto (vaccino anti-TBA).

 

3. Aborto e gravidanza

Gli antinidatori, agendo prima dell’impianto in utero, non vengono considerati abortivi da chi ritiene che la gravidanza inizi solo con questo evento (cioè circa 14 giorni dopo la fecondazione): anche l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 1985 ha dato una definizione ufficiale di gravidanza, ne ha fissato l’inizio all’impianto. Ciò però nulla toglie a quel che si persegue attraverso l’utilizzo degli antinidatori: la morte del nascituro che già esiste anche se non si è ancora impiantato in utero. Evidentemente non è l’annidamento che fa dell’embrione il suo essere embrione, anche se, senza questo evento, la sua sorte è segnata: infatti, non può essere una relazione a determinare l’esistenza di un soggetto, semmai la sua esistenza a porsi come condizione della relazione. In aggiunta non è l’impianto a stabilire la relazione biologica fra la madre e il figlio; quest’ultimo infatti, oltre a essere di per sé geneticamente legato alla madre, stabilisce fin dal concepimento un intenso dialogo biologico con lei. Perciò la definizione di gravidanza dell’OMS è solo strumentale alla deresponsabilizzazione della madre di fronte al figlio nelle fasi di vita che precedono il momento dell’impianto, con l’obiettivo di rendere l’aborto precoce una pratica priva di rilevanza etica.

 

4. Aborto terapeutico

Si parla di “aborto terapeutico” quando l’interruzione volontaria della gravidanza viene realizzata intenzionalmente per salvaguardare la vita o la salute materna. Il pericolo di vita o di salute per la madre può però comprendere uno spettro di situazioni molto diverse fra loro per gravità: si apre la possibilità che, in assenza di più precise regolamentazioni, l’aborto terapeutico venga esteso anche a situazioni che poco hanno a che fare con la salute materna. Come afferma mons. Elio Sgreccia Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, “sotto il nome di ‘aborto terapeutico’ vengono a ricondursi i casi di aborto eugenetico (malformazione o malattia del feto), della motivazione contraccettiva (figlio non desiderato), delle motivazioni socioeconomiche”, e la salute viene intesa come uno stato di completo – e generico – benessere fisico, psicologico ed emozionale.

L’aborto terapeutico viene praticato quasi sempre a seguito d’indagini diagnostiche sulla salute del nascituro. Secondo il neonatologo Carlo Valerio Bellieni, docente di Terapia Neonatale alla Scuola di Specializzazione in pediatria dell’Università di Siena, è in crescita l’accanimento diagnostico prenatale, motivato dalla ricerca di ‘un altro’ a misura delle proprie paure. Sempre più, egli illustra, si mette a rischio la vita del nascituro pur di ‘sapere’, e la minima anomalia o sospetto sulle qualità del bambino induce nei genitori una reazione di rigetto. Ne conseguono ansia o depressione materna, e spesso l’aborto terapeutico.

In alcuni stati c’è la possibilità di praticare tali aborti fino al nono mese di gravidanza realizzando così l’uccisione di neonati che potrebbero già vivere autonomamente. È nota la pratica del Partial-Birth Abortion: il forcipe entra in utero, afferra la gamba del bambino e ne trascina fuori attraverso il canale cervicale tutto il corpo, eccetto la testa che viene deliberatamente lasciata all’interno del corpo della madre. Il medico quindi conficca un paio di forbici nella nuca del bambino e poi le apre per allargare la ferita. Dopo aver tolto le forbici viene inserito un catetere nella nuca e il cervello viene aspirato. Anche la testa che è così collassata viene quindi estratta dal corpo della madre. Questi aborti vengono generalmente effettuati senza analgesia anche se fin dalla metà degli anni 1980 è noto che il feto è in grado di provare dolore già dopo i quattro mesi di gestazione.

L’aborto terapeutico è definibile come aborto diretto in quanto in filosofia morale è propriamente oggetto diretto della volontà: ciò in vista del quale la volontà passa all’atto di volere, a un’azione. È direttamente voluto tutto quanto è voluto e attuato come fine o come mezzo, sebbene in diversa forma, poiché il primo interessa in sé stesso, mentre il secondo interessa in ragione di un’altra cosa. Diverso è l’aborto indiretto, cioè, sempre secondo la filosofia morale, indirettamente voluto, che si presenta come una conseguenza di un’azione, esso non è attuato in modo alcuno né come fine né come mezzo, ma è previsto e permesso in quanto si trova inevitabilmente legato a ciò che si vuole e si attua direttamente. Non è un’azione abortiva diretta sul feto, ma è un’azione necessaria alla salvaguardia della vita della madre ed è rivolta a una qualche parte del suo corpo. È un atto che provoca l’aborto come effetto collaterale, che quindi non è oggetto diretto né della volontà né dell’azione concreta. Se affermiamo che una delle condizioni perché si possa parlare di atto terapeutico è che l’intervento medico-chirurgico sia direttamente rivolto a curare o a togliere la parte malata del fisico, allora possiamo dire che l’aborto indiretto è conseguenza di un tale atto. Diversamente non si può parlare di reale terapia nel caso di un aborto diretto, anche se chiamato terapeutico, poiché non si tratta di agire su una malattia in atto, ma, piuttosto, si attua la soppressione del feto per evitare l’aggravamento della salute o il pericolo della vita della madre. Il passaggio non è dall’azione terapeutica sulla malattia (della madre) per raggiungere la salute, ma si configura, piuttosto, un’azione su quanto è sano (sul feto che può essere anche sano), per prevenire una malattia o il rischio di morte. In caso poi il malato fosse il figlio, non si può in nessun modo parlare di terapia perché attraverso l’aborto non si elimina la malattia bensì il malato: questo si configura a pieno titolo come un atto eugenetico, che subordina la vita di alcune persone al vantaggio – inteso in senso lato – della specie e, in ogni caso, di altre persone.

 

5. Giustificazioni all’aborto procurato

L’aborto procurato viene giustificato in vari modi: si sostiene che l’embrione fino a un certo stadio di sviluppo non sia ancora una persona umana, o che — comunque — i suoi diritti siano inferiori e subordinati alla volontà della madre (o comunque di chi è già nato), o ancora che la sua vita e la sua morte siano indifferenti in quanto egli non avrebbe ancora interessi propri o autonomia decisionale.

 

6. Argomenti contrari all’aborto procurato

a. La vita di ogni essere umano inizia al concepimento

Dal punto di vista biologico la descrizione del processo di fertilizzazione (concepimento) indica, come scrivono Angelo Serra, Professore emerito di Genetica umana, Facoltà di Medicina e Chirurgia Università Cattolica del Sacro Cuore Roma, Membro della Pontificia Accademia per la Vita e Roberto Colombo, Professore di Biologia generale e di Bioetica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, Roma e Membro della Pontificia Accademia per la Vita, che “[…] alla fusione dei gameti incomincia a operare come una unità una nuova cellula umana, dotata di una nuova ed esclusiva struttura informazionale che costituisce la base del suo ulteriore sviluppo”. Attraverso il processo di fertilizzazione, infatti, due sistemi a se stanti ma ordinati l’uno all’altro – i gameti – iniziano a interagire non più come due enti separati, bensì come le parti di un tutto, dando così origine a un nuovo sistema, una nuova cellula, detta zigote, che ha due caratteristiche fondamentali: è dotata di una precisa identità e di un proprio orientamento. Essa, infatti, esiste e opera fin da subito come un essere unitario e ben identificato, ed è intrinsecamente orientata e determinata a un definito sviluppo. Questa nuova identità organistica, attraverso uno sviluppo coordinato continuo e graduale, mantiene la propria identità biologica e genetica nel tempo, senza soluzioni di continuità, fino al momento della sua morte. È un nuovo essere che si autocostituisce imponendo a sé stesso la direzione, le strutture differenziate e la qualità dell’accrescimento, secondo il disegno iscritto nel genoma fin dal momento della fertilizzazione; questo indica che è un individuo dotato di vita propria, con una propria identità conferitagli da un unico principio sostanziale unificante. Il salto qualitativo essenziale avviene alla fecondazione, nel passaggio da due sostanze – i gameti – a un’unica sostanza: lo zigote. Questa rivela nel suo sviluppo biologico una continuità sostanziale, perché il principio del mutamento è interno alla sostanza stessa. In ogni fase successiva di questo sviluppo il nuovo organismo mantiene unità ontologica con la fase precedente, senza soluzioni di continuità. Fin dall’inizio del suo ciclo vitale è un uomo, e continua a essere quel determinato uomo sino al termine di questo ciclo.

b. Tutti gli uomini hanno un eguale diritto a vivere

Esiste un diritto alla vita? Ci si chiede: con quale diritto il nascituro esigerà che un altro lo risparmi? E si risponde che questo diritto gli deriva dal suo stesso atto di esistere: è un diritto dipendente dal piano ontologico e non un diritto assoluto, cioè il diritto di chi si pone come fonte di verità di fronte alle cose negando un loro significato intrinseco. L’individuo umano concepito, poiché esiste quale individuo sostanziale e soggetto di natura razionale, ha diritto in quanto tale a essere rispettato nella sua integrità fisica, che è per lui condizione di vitalità: è un essere umano e per questo ha il diritto che la sua vita venga rispettata.

Ci si chiede poi: esistono interessi superiori o situazioni particolari – come l’oggettiva difficoltà e sofferenza di una madre – che giustifichino la soppressione deliberata di una vita umana? Si risponde che nulla sembra eguagliare o superare quella che è la condizione, il sostrato di possibilità di ogni azione umana e di ogni atto razionale e libero. Quindi, il rispetto per la vita biologica di ogni essere umano (indipendentemente dal suo livello di sviluppo e dalle sue qualità) è la condizione di possibilità di ogni altro rispetto che gli si deve accordare. Poiché, inoltre, tutti gli uomini hanno una comune e uguale natura, devono essere accordati a tutti i medesimi diritti fondamentali, fra i quali svetta, appunto, il diritto a non essere uccisi, che viene comunemente definito ‘diritto alla vita’.

L’aborto, alla luce di quanto si è evidenziato, è una pratica omicida, e la sua legittimazione diventa anche un atto profondamente discriminatorio nei confronti di una categoria di persone umane. Mario Palmaro, docente di Bioetica presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, a tal proposito ripropone l’analogia, istituita da Barbara e Jack Willke in Manuale sull’aborto (1978), fra due sentenze pronunciate dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America rispettivamente nel 1857 e nel 1973. Entrambe, infatti, non riconoscono diritti a una determinata categoria di uomini poiché a essi viene negata la personalità giuridica. La sentenza della Dred Scott cause vs. Sandford, una causa intentata da uno schiavo negro per la sua liberazione, stabilì infatti che i negri non avevano alcun diritto o privilegio che l’uomo bianco fosse tenuto a rispettare, tranne quelli che i detentori del potere e del governo avessero voluto concedere loro. Gli schiavi, perciò, come proprietà del padrone potevano essere acquistati o venduti, usati e persino uccisi. Non è difficile riconoscere nella sentenza del caso statunitense Roe vs. Wade, che ha sancito la legalizzazione dell’aborto negli USA, la medesima cultura giuridica di fondo, discriminatoria e dominativa, secondo la quale alcuni uomini – per motivi più o meno gravi – si ritengono ‘padroni’ di altri e vogliono decidere della loro vita e della loro morte.

 

7. Ragione e Fede

Il giudizio etico dato sulla pratica dell’aborto procurato è fondato esclusivamente su dati riconosciuti ed elaborati dalla ragione umana, e in quanto tale va sostenuto. In tal modo esso dev’essere anche assunto dalla legge giuridica positiva, pena l’accettazione di un ordine sociale che ammetta la legge del più forte e quindi la negazione di un diritto reale.

La fede completa i dati di ragione e ci permette di evidenziare la gravità della pratica dell’aborto procurato: un delitto contro l’uomo che è “il termine personalissimo dell’amorosa e paterna provvidenza di Dio” (n. 61), come afferma Giovanni Paolo II (1978-2005) nell’enciclica sul valore e l’inviolabilità della vita umana Evangelium Vitae, del 1995.  Egli ha scritto: […] l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”(n. 58) e che ragioni anche gravi e drammatiche “non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente”(n. 58).

[Opuscolo edito dal Centro Studi J. d’Arc] Abroghiamo la legge 194

In Aborto on dicembre 17, 2011 at 12:36 pm

Oggi le prime vittime della 194 sarebbero trentenni.

Un’intera generazione di italiani è stata cancellata

Fino alla metà del secolo scorso, in Italia e nel mondo la donna era educata a dare la vita, non la morte. L’uccisione del figlio nel grembo materno non era considerata un “diritto”.

Da alcuni decenni a questa parte però le lobbies abortiste, in Italia e nel mondo, hanno educato l’opinione pubblica a credere che l’interruzione volontaria della gravidanza non rappresenti un omicidioma un atto moralmente neutro.

Secondo l’idea corrente, radicata nella coscienza collettiva da una tenace quanto calcolata manipolazione mediatica, l’aborto procurato (i tempidella gravidanza entro i quali è lecito effettuare aborti ordinari e tardivi, variano nelle legislazioni abortiste secondo il grado di potere esercitato dai “progressisti” nei singoli paesi) non rappresenta l’uccisione di un individuo veramente umano, ma l’interruzionedi un processo biologico, l’eliminazione di un impersonale abbozzo di vita.

Eppure la donna annuncia la maternità dichiarando “attendo un figlio” – non saprebbe quali altre parole utilizzare – e un figlio è “persona”, uno di noi. Dunque?

Per superare l’ostacolo della realtà, gli abortisti si affidano da sempre alla suggestione, ad una terminologia fuorviante che oscuri la sacralità della vita nascente e dunque cancelli l’idea che l’aborto sia ciò che è: l’omicidio di un essere umano innocente ed inerme che, se potesse parlare, chiederebbe di vivere.

Così gli abortisti hanno eliminato dal vocabolario delle comunicazioni sociali le parole “figlio”e “bambino”, sostituite da “prodotto del concepimento”,“materiale fetale”, fino ad “ ammasso informe di cellule”, definizione, quest’ultima, usata dai radicali nella relazione introduttiva alla proposta di leggesull’aborto del 5 luglio 1976. Nella stessa logica, la parola “aborto” è stata sostituita da “interruzione volontaria della gravidanza”, espressione più elegante. La manipolazione del linguaggio ( e dunque delle coscienze) è attualmente completata dalla siglaIGV (interruzione volontaria della gravidanza), pensata, par di capire, per abbreviare al massimo i tempi di riflessione sulla realtà dell’aborto.

La “Legge” 194

L’art. 1 della Legge 194 recita:


Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.

Par di capire che la procreazione “cosciente e responsabile”, secondo il legislatore, consista nell’eliminazione fisica della prole e che lo Stato riconosca il “valore sociale della maternità” promuovendo l’aborto ( Una legge educa la collettività ad esercitare il diritto sancito dalla legge stessa: in specie, la libertò di aborto).

Par di capire altresì che l’uccisione del figlio nel grembo materno possa essere diversamente definito “tutela dellavita umana dal suo inizio”. In questo scenario surreale non manca neppure la conclamata garanzia, da parte dello Stato, di considerare l’aborto non alla stregua di un contraccettivo, e cioè mezzo per il controllo delle nascite al pari della pillola o del profillatico.

A questo riguardo varrà la pena di rileggere l’art.4 che stabilisce come “l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni” possa aver luogo ogni qual volta:

la donna accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento

 

Condizioni economiche, sociali o familiari” (…) “ circostanze in cui è avvenuto il concepimento”

Ma questo spettro di opzioni, in pratica, abbraccia la vita nella sua globalità.

Dunque, di fatto, la legge 194 dà facoltà alla donna di abortire sempre, comunque, e per qualunque motivo.In tal modo l’incondizionata libertà di aborto si traduce- e questo il legislatore “progressista” lo sapeva benissimo – nell’uso delle pratiche abortive come contraccettivo, come mezzo per il controllo della nascite.

La libertà di aborto, per la donna, è incondizionata poiché nessuno, al di fuori della donna – né il padre del bambino, né il medico, né il magistrato né l’assistente sociale – hanno potere decisionale né potere di veto in ordine alla decisione di procedere all’aborto procurato.

Dietro una forma educata e politicamente corretta, la sostanza della “legge” 194 è dunque l’idea che l’aborto sia e debba essere di fatto un contraccettivo, di cui la donna abbia facoltà di far uso sulla sola base della sua insindacabile decisione.

La vita 

La donna si predispone a generare la vita una volta ogni mese a seguito dell’ovulazione, l’emissione dall’ovaio di una cellula sessuale matura, l’ovulo. Al momento dell’ovulazione, la parte terminale della “tuba” ( una delle due “tube di Falloppio” che si dipartono ai lati dell’utero) si tende verso l’ovaio e l’ovulo espulso entra nel canale, dove stazionerà – nell’ultimo segmento della tuba stessa- restando fecondo per 24 ore circa.

In ogni emissione di seme maschile sono presenti centinaia di milioni di spermatozoi ma solo pochissimi – circa 200- raggiungerano l’ovulo e uno soltanto lo penetrerà, fecondandolo.

Il primo mese di gravidanza

Circa 6-10 ore dopo la fecondazione, il nucleo dello spermatozoo e dell’ovulo si avvicinano.

Mentre le cellule si moltiplicano, l’embrione risale la “tuba”verso la cavità uterina. Nel corso del viaggio si attiva il primo dialogo tra madre e figlio. L’embrione emette impulsi endocrini e il corpo materno risponde incrementando la produzione degli ormoni della gravidanza e contraendo le pareti della “tuba” per facilitare il transito dell’embrione, che infine si anniderà nelle pareti dell’utero materno,sei-sette giorni dopo la fecondazione. 

I capillari sanguigni della mucosa uterina si aprono allora in un sistema di lacune e il sangue materno comincia a nutrire la nuova vita. Il nuovo essere umano ha trovato casa, e lì resterà durante l’intero corso del suo sviluppo, legge 194 permettendo, fino alla nascita. 

La morte

Gli aborti sono effettuati sin dal primo mese di gravidanza, mediante aspirazione endometriale o raschiamento, per aspirare o raschiare l’embrione dalle pareti uterine. 

La caccia all’uomo,tra aborti ordinari e tardivi, durerà per mesi. Secondo la logica abortista, l’essere umano nel suo primo tempo di vita è da considerarsi o un impersonale prodotto biologico. Davvero?

Nel nuovo essere umano il Dna, la sua identità genetica, prende forma nelle prime ore di vita. Tre settimane dopo, verso il 23° giorno di vita, il cuore dell’embrione umano comincia a battere.

Il sistema vascolare di un essere umano Alla quarta setimana di gravidanza

La vita

 

Il secondo mese di gravidanza

Settima settimana di vita

In questo stadio della gravidanza sono già formati gli arti superiori inferiori, il fegato, lo stomaco e in polmoni. Sono presenti le radici di tutti i denti da latte.

L’elettroencefalogramma registra onde elettriche cerebrali.

Ottava settimana

 

All’ottava settimana tutti i sistemi del corpo sono formati.

L’organismo comincia a produrre ormoni.

La morte 

Resti (arti superiori) di un bambino abortito alla settima settimana

mediante raschiamento (Fonte: USA)

Aborto procurato all’ottava settimana mediante raschiamento (Fonte:USA)

La vita

Il terzo mese di gravidanza

All’undicesima settimana il bambino mostra movimenti del tronco e degli arti. Tutti gli organi sono funzionanti. Il cuore pompa sangue in tutto il corpo

Al compimento del terzo mese di vita, tempo ancora utile per l’aborto a norma di legge, il cuore del bambino pulsa a 140 battiti al minuto.

La morte 

Aborto procurato all’undicesima settimana mediante raschiamento (Fonte:USA)

Aborto procurato alla dodicesima settimana mediante aspirazione (Fonte:USA)

L’ideologia abortista

Fondamento della libertà di aborto è il cosiddetto “diritto di autodeterminazione della donna”.

Così formulato, e applicato all’aborto, il principio appare completamente privo di senso logico e morale, posto che la nozione di “diritto” rimanda al conseguimento di un bene e all’affermazione della giustizia.

Il Diritto, confortato dal senso comune e dall’etica naturale, distingue tra l’autodeterminazione legittima, espressione del libero sviluppo della personalità, e l’autodeterminazione illecita, espressione di un egoismo criminogeno che calpesta i diritti altrui arrecando danno al singolo o alla collettività.

Spieghi allora il legislatore, perché la legge 194 non lo spiega, a quali condizioni l’aborto possa essere considerato autodeterminazione lecita, quando esso arreca ad un essere umano il massimo grado deldanno: la soppressione della sua vita. Spieghi il legislatore a quali condizioni la 194 possa essere considerata “legge” quando la legge è per definizione una norma orientata al bene comune. Negare il diritto di vivere ad un innocente è un bene?

E’da considerarsi “bene comune” l’uccisione di membri della comunità (perché tali sono, i bambini nel grembo materno) per motivi futili e abietti? L’indagine sociale parla chiaro in proposito: non vi è traccia di “motivi gravi” alle radici dell’aborto di massa ( che del resto non giustificherebbero comunque l’omicidio): ai quatro angoli del mondo, la decisione di uccidere il proprio figlio con un aborto procurato risponde al solo principio diautodeterminazione.

Coerentemente con quest’ordine di idee, di recente una giovane donna ha potuto abortire, a norma di legge,per non negare a sé stessa la partecipazione ad un reality show

Con il suo corredo ideologico di “onnipotenza”, la libertà di aborto ha scavato nel sistema del Diritto una sacca di impunità nella quale il Diritto stesso, semplicemente, scompare.

Esso riappare però ogni qual volta il principio di autodeterminazione non si applica all’interruzione volontaria della gravidanza. Allora la donna è chiamata a riconoscere la sacralità della vita umana, pena la galera, in ossequio alla Legge che, compiuto il salto mortale della 194, torna a non ammettere disinvolte “autodeterminazioni”, meno che mai omicide: i procedimenti giudiziari a carico di assassini non terminano con la formula: “L’imputato non è punibile in quanto ha ucciso perautodeterminarsi”

Il quinto comandamento ( non ammazzare), principio radicato per legge di natura nella coscienza collettiva dei popoli, è stato cancellato dalle leggi abortiste.

L’amore materno, l’umana pietà, la logica e la decenza, sono stati calpestati dal sistema dell’aborto, secrezione di un’ideologia di stampo ateo-illuminista che riduce la maternità ad un processo biologico da gestire secondo criteri di funzionalità affettiva.

Nell’ottica abortista, se una nuova vita è attesa e desiderata, il figlio nel grembo materno è considerato qualcuno, membro dell’umana famiglia e dunque titolare di diritti, primo fra tutti il diritto di vivere. Diversamente, se il nascituro rappresenta “un problema”, misteriosamente egli perde la sua umanità e si trasforma in qualcosa, un prodotto biologico eliminabile a norma di legge. Tutto questo è stato consacrato in “legge”.

Per questo noi non vogliamo modificare la legge 194, meno che mai migliorarla, poiché non vediamo a quali condizioni l’uccisione di un bambino sia suscettibile di“miglioramenti”.

La 194 deve essere soltanto abrogata.

L’abrogazione non restituirebbe la vita ai milioni di esseri umani macellatinel corso del trentennio abortista ( se l’espressione appare “suggestiva”, ci si informi sulle procedure degli aborti chirurgici, ordinari e tardivi) ma restituirebbe al popolo italiano dignità e vita. 

l’opuscolo in questione potete richiederlo mettendo un commento sotto questo post.

Il Centro Studi Jeanne d’Arc