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Relativismo: codice etico dell’Università Cattolica

In Lavori Università on agosto 31, 2012 at 9:15 pm

 

di Mauro Faverzani

 

 

È ancora “ad experimentum” per un anno, ma ha già scatenato un putiferio: è il nuovo Codice etico, di cui si è dotata l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Trenta pagine fitte fitte, introdotte nel novembre scorso quasi in sordina, senza che nessuno o pochi se ne accorgessero per mesi. Ma ora che son diventate di dominio pubblico, han già suscitato forti reazioni, anche sulla stampa. Alcuni professori, anzi, han dichiarato pubblicamente di nutrire forti riserve e di voler recapitare agli organi competenti una serie di motivate critiche.

Tra questi, c’è il prof. Massimo de Leonardis, ordinario di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni Internazionali, dettosi stupito dall’assenza nel Codice di riferimenti al Magistero, ai testi della Chiesa ed, in particolare, al documento Ex Corde Ecclesiae, scritto dal Beato Giovanni Paolo II proprio per le Università Cattoliche: «E’ un’omissione certamente sorprendente  – afferma  – perché la citata Costituzione Apostolica del 15 agosto 1999 è definita esplicitamente dal Pontefice come “Magna Charta” per le università cattoliche. Non ci sono riferimenti al Catechismo o al Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa. Si parla nel primissimo articolo di “principi del Cristianesimo” e non del Cattolicesimo. Tutto questo mi pare alquanto strano, considerando invece il richiamo a testi costituzionali assolutamente laici». Si parla di «gravi cedimenti» ed ambiguità in fatto di morale sessuale.

In che senso? «Il titolo I art. 1, quindi proprio all’inizio – dichiara il prof. de Leonardis – afferma che tutti i membri dell’Università Cattolica hanno diritto ad essere trattati come soggetti portatori di diritti e di valori, ed a non essere ingiustamente discriminati, in ragione di uno o più fattori. Tra questi, il “genere” e l’orientamento sessuale». «Ora, l’omosessuale non è in quanto tale portatore di diritti e di valori, la Chiesa considera anzi l’omosessualità come uno dei peccati più gravi. Credo che questo articolo vada pertanto riformulato. C’è un precedente: l’anno scorso all’Università Bocconi uno studente è stato sanzionato dalla commissione disciplinare dell’Ateneo proprio perché aveva espresso in un manifesto la dottrina della Chiesa in merito. Giudico inoltre una caduta di stile affrontare subito all’art. 2 la voce «abusi sessuali e morali»: che un’Università Cattolica ponga ciò all’inizio di tutta una serie di regole, mi pare una concessione alla mentalità pansessualistica attuale».

Singolare invece l’esplicito richiamo al Trattato di Lisbona, testo in cui fu escluso qualsiasi riferimento alle radici cristiane quale elemento fondativo dell’Europa… «Sì, questo è assolutamente sorprendente  –  prosegue de Leonardis  – Su tale punto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI  – già da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede  sono sempre intervenuti in termini molto drastici contro l’omissione del riferimento alle radici cristiane. Non solo: è stato più volte denunciato e criticato il fatto che l’Unione Europea rappresenti in un certo senso la personificazione di quello che il Santo Padre definisce la dittatura del relativismo.

Io francamente come docente dell’Università Cattolica non vedo perché dovrei dichiarare la mia adesione ai principi del Trattato di Lisbona ed anzi lo stesso riferimento alla Costituzione italiana mi sembra forse superfluo. La legge non lo richiede a professori e studenti. Non vedo perché debba farlo un’Università Cattolica, tanto più quando non richieda una esplicita adesione  ai principi della morale e della dottrina cattolica. Un tempo in questo Ateneo si doveva fare il cosiddetto giuramento antimodernista, che fu abolito dopo il Sessantotto. Non vorrei che adesso vi fossero nuove imposizioni, oltre tutto per documenti che nulla hanno a che vedere con la dottrina cattolica».

Questo codice pare essere invece stato imposto a tutti, docenti e studenti, suscitando anche preoccupazioni: «Guardi, io ovviamente non posso rispondere per gli studenti, alcuni dei quali mi hanno avvicinato esprimendomi le loro perplessità, né per il personale tecnico-amministrativo. Posso parlare come docente… Devo dire che c’è stata, a mio giudizio, un’insufficiente comunicazione: mi risulta che questo codice etico sia stato approvato l’11 luglio del 2011 dal Senato accademico e che sia entrato in vigore dal primo novembre. Io, essendo anche Direttore di Dipartimento, sono molto attento a tutta la normativa diffusa, ma confesso di aver appreso per caso della sua esistenza solo ad aprile-maggio.

Quando ho riunito il mio Dipartimento, ho constatato come la maggior parte dei membri, anzi quasi tutti nulla sapesse della sua esistenza. Mi risulta che almeno uno degli assistenti ecclesiastici ed alcuni Vescovi siano perplessi in merito al testo. É possibile segnalare suggerimenti migliorativi, credo si debba approfittare di tale opportunità, per ottenerne un decisivo miglioramento. Quanto all’adesione, in assenza di miglioramenti, firmerò ma con le riserve esplicite citate, perché vi sono gravi limiti».

Tra l’altro c’è un problema anche di forma: il Codice etico – recita il comma 5 dell’art. 51 –  «non sostituisce i precetti contenuti nelle leggi, nei regolamenti, nonché nello Statuto e nelle restanti fonti espressive dell’autonomia universitaria».

Ma allora che cos’è? Non c’è già scritto tutto – e meglio – nei documenti citati, tuttora in vigore? E che potere vincolante ha? In nome di che cosa? Sono interrogativi, cui gli ideatori del Codice sarebbe bene dessero risposta.

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